Enciclopedia delle armi - a cura di Edoardo Mori
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Anatole France e la giustizia - L'Isola dei Pinguini e Crainquebille

Anatole France (1884-1924 è stato un grande scrittore e pensatore, paragonabile a Voltaire. Raffinato scrittore e critico della società, sempre coerente ai suoi alti ideali per tutta la vita, ma con  la capacità dello scettico di adattarli alle esigenze contingenti. Confesso che da giovane ho appreso da lui a pensare ed a scrivere e la capacità di ragionare lucidamente (si può dissentire da me, ma nessuno potrà mai dire che  è stato ingannato con ragionamenti capziosi).
France è stato un maestro nella satira, capace di scrivere la biografia di un santo con le stesse parole usate dai suo adoratori, ma facendo capire la massa di sciocchezze che ci propinano.
Ha sempre avuto a cuore i problemi  della giustizia e della sua incapacità di adeguarsi alla realtà. Egli ha scritto, ad es.:
La cura del giudice, nella sua interpretazione della legge, non deve essere soltanto limitata al caso specifico che viene sottoposto al suo giudizio, ma estendersi anche alle conseguenze buone o cattive che possono derivare dalla sua sentenza nell’interesse generale.
Ha affrontato i problemi della giustizia  principalmente in due libri.
Nel romanzo L’Isola dei Pinguini, in cui fa la satira della storia di Francia, con il suo militarismo, clericalismo e antisemitismo, dedica un esilarante capitolo, “L’affare degli ottantamila fasci di fieno”, a spiegare i meccanismi distorti del processo politico.
Nel racconto Crainquebille espone  la vicenda di un povero fruttivendolo ambulante accusato ingiustamente di oltraggio a pubblico ufficiale  e macinato da una macchina giudiziaria in cui non può neanche difendersi perché neppure capisce l’accusa.
Nello stesso volume è contenuto il raccontino “Il signor Thomas”, esemplare esposizione di come i giudici affrontano i processi di pedofilia, pieni di pregiudizi politici e religiosi ed incuranti delle prove.
Pregevoli  anche  i raccontini “I giudici incorruttibili” e “Giovanni Marteau”
Chi è interessato a godersi queste due opere le può scaricare in PDF
dalla seguente mia pagina di testi gratuiti   http://www.mori.bz.it/index1.htm
Riporto qui, come assaggio, il racconto Il Signor Thomas

Il Signor Thomas
(trad. Edoardo Mori)

Ho conosciuto un giudice austero. Si chiamava Thomas de Maulan e veniva dalla piccola nobiltà provinciale. Aveva deciso di destinarsi alla magistratura durante il settennale del maresciallo Mac-Mahon, nella speranza di poter un giorno rendere giustizia in nome del Re. Egli aveva dei principi che poteva tranquillamente considerare irremovibili, non avendo mai provato a smuoverli. Ogni volta che si prova a muovere un principio, ci si trova sotto qualche cosa e ci si accorge che non era affatto un principio. Thomas de Maulan proteggeva accuratamente dalla propria curiosità i suoi principi religiosi i suoi principi sociali.
Egli era giudice al tribunale di prima istanza nella piccola città di X  dove allora abitava. Il suo aspetto esteriore ispirava stima ed anche una certa simpatia. Aveva un lungo corpo secco, la pelle incollata alle ossa, la faccia gialla. La sua perfetta semplicità gli dava un’aria abbastanza importante. Egli si faceva chiamare Signor Thomas, senza il  de Maulan, non in spregio alla sua nobiltà, ma perché si considerava troppo povero per poterla sostenere. Io l’ho frequentato abbastanza per constatare che la sua apparenza non ingannava e che, con un’intelligenza limitata in un carattere debole, egli aveva un animo alto. Io scoprii in lui delle grandi qualità morali. Però, avendo avuto l’occasione di osservare come egli adempiva alle sue funzioni di giudice istruttore giudicante, mi accorsi che la sua stessa probità e l’idea che gli si faceva dei suoi doveri, lo rendevano disumano e talvolta gli toglievano ogni chiarezza di pensiero. Siccome egli era di una devozione religiosa estrema, l’idea del peccato e dell’espiazione, del delitto della pena, dominavano il suo spirito sebbene egli non avesse coscienza di ciò, e si vedeva che egli puniva i colpevoli con la piacevole idea di purificarli. Egli considerava la giustizia umana come un’immagine sbiadita, ma ancor bella, della giustizia divina. Durante la sua infanzia gli avevano inculcato che la sofferenza è una cosa buona, che essa ha, di per sé sola, un merito, delle virtù, che è espiatrice. Egli vi credeva fermamente ed era convinto che la sofferenza spetta a chiunque ha sbagliato.
Egli amava castigare. Era un effetto della sua bontà. Abituato a rendere grazie a Dio che gli mandava il male di denti e le coliche epatiche come punizione del peccato di Adamo e per la sua salvezza eterna, egli accordava ai vagabondi e ai girovaghi la galera e le multe come un beneficio e come un aiuto. Egli traeva dal proprio catechismo la filosofia della legge ed egli era implacabile per dirittura e semplicità di spirito. Non si può dire che gli fosse crudele; ma non essendo sensuale era ancor meno sensibile. Egli non riusciva a farsi un’idea concreta e fisica della sofferenza umana. Egli se ne faceva un’idea puramente morale e dogmatica. Egli aveva una predilezione un po’ mistica del sistema delle cellule del carcere e non fu senza una qualche gioia del suo cuore dei suoi occhi che un giorno egli mi mostrò una bella prigione che si stava costruendo nel suo distretto; una cosa bianca, pulita, muta e terribile; delle cellule in cerchio e il guardiano al centro in una specie di faro. Una cosa che aveva l’aria d’un laboratorio istituito da pazzi per fabbricare dei pazzi. E sono davvero dei pazzi sinistri questi inventori del sistema delle celle i quali, per moralizzare un malfattore,  lo sottomettono a un regime che lo rende stupido o furioso. Il Signor Thomas la pensava in modo tutto diverso. Egli contemplava in silenzio e soddisfazione queste atroci cellule. Egli dentro di sé aveva un’idea: egli pensava che il prigioniero non è mai solo perché Dio è con lui. E il suo sguardo tranquillo e soddisfatto diceva: “Io ne ho messo cinque o sei tutti soli in faccia al loro creatore e giudice supremo. Non vi è al mondo sorte più invidiabile della loro.”
Questo magistrato fu incaricato di istruire molti casi e fra questi quello di un
insegnante. L’insegnamento laico e quelle delle congregazioni religiose erano allora in stato di guerra dichiarato. I repubblicani avevano  denunciato l’ignoranza e la brutalità dei frati, il giornale clericale della regione rispose accusando un insegnante laico d’aver fatto sedere un bambino su di una stufa rovente. Quest’accusa trovò credito presso l’aristocrazia rurale. I fatti vennero riferiti con dei particolari rivoltanti e la voce pubblica attirò l’attenzione della giustizia. Il Signor Thomas, che era un uomo onesto non avrebbe mai obbedito alle sue passioni se egli avesse saputo che cosa erano le passioni.
Ma egli le scambiava per dei doveri perché esse erano religiose. Egli ritenne essere suo dovere d’accogliere le lamentele portate contro la scuola senza Dio ed egli non s’accorse della sua estrema disponibilità ad accoglierle. Devo dire che egli istituì il caso con una cura minuziosa e pena infinita. Egli lo istruì secondo i metodi ordinari della giustizia e ne ottenne quindi dei risultati meravigliosi. Trenta scolari della scuola, curiosamente interrogati, dapprima risposero male, ma in seguito meglio e alla fine molto meglio. Dopo un mese di interrogatori essi rispondevano così bene che davano tutti la stessa identica risposta. Le trenta deposizioni concordavano, esse erano identiche, interscambiabili, e quei bambini che il primo giorno dicevano di non visto nulla, ora dichiaravano a voce chiara, usando tutti esattamente le stesse parole, che il loro compagno era stato fatto sedere, con il sedere nudo, sopra una stufa rovente. Il signor Thomas si rallegrò di un così bel successo fino a quando l’insegnante dimostrò con prove irrefutabile che nella scuola non vi era mai stata una stufa. Il signor Thomas ebbe un qualche dubbio che i bambini mentissero. Ma ciò di cui egli non si accorse affatto fu di essere stato lui stesso, senza volerlo, ad insegnare ed a far loro imparare a memoria la testimonianza.
Il caso si chiuse con una ordinanza di non luogo a procedere. L’insegnante fu mandato a casa con una severa paternale del giudice il quale gli consiglio vivamente di frenare per il futuro i suoi istinti brutali. I piccoli ragazzi dei frati andarono a fare delle chiassate davanti alla sua scuola deserta. Quando egli usciva da casa gli gridavano “Ehi! Griglia-culi” e gli tiravano le pietre. È il solo termine francese che faccia al caso.
Frequentando il signor Thomas ho capito come accade che tutte le testimonianze raccolte da un giudice istruttore abbiano tutte lo stesso stile. Egli mi ricevette nel suo studio mentre, assistito dal suo cancelliere, interrogava un testimonio. Volevo ritirarmi, ma egli mi pregò di restare in quanto la mia presenza non poteva nuocere per nulla alla buona amministrazione della giustizia.
Io mi sedetti in un angolo e ascoltai le domande e le risposte:
“Duval, ha visto il sospettato alle sei di sera?”
“È andata così signor giudice, mia moglie era alla finestra e allora mi ha detto “guarda c’è Socquardot che passa”.
“La sua presenza sotto le vostre finestre le deve essere sembrata tale da essere ricordata perché essa si è preoccupata di segnalarvelo espressamente. E l’aggirarsi del sospettato vi sono parse sospette?”
“ Che volete signor giudice, mia moglie va detto “ecco Socquardot che passa! Allora io ho guardato e ho detto “davvero, è Socquardot che passa!”.
“Ci siamo, cancelliere scriva: alle sei del pomeriggio i coniugi Duval hanno visto il sospettato che si aggirava attorno alla casa in modo sospetto”.
Il signor Thomas fece ancora qualche domanda testimonio che era un bracciante; raccolse le sue risposte e le dettò al cancelliere traducendole in gergo giudiziario. Il testimonio ascoltò poi la lettura della sua deposizione, firmò, salutò e se ne andò.
Io domandai: “ma perché non raccoglie la deposizione tale e quale con le parole usate, invece di tradurre in una lingua che non è quella del testimonio?”
Il signor Thomas Milly mi guardò con sorpresa e mi rispose con tranquillità:
“Io non so ciò che Lei vuol dire. Io raccolgo le deposizioni nel modo più fedele possibile. Tutti i magistrati fanno così. E negli annali della magistratura non si cita un caso o un solo esempio d’una deposizione alterata o troncata da un giudice. Se io, in conformità all’uso costante dei miei colleghi, modifico i termini impiegati dal testimonio, è perché i testimoni come questo Duval che Lei ha appena sentito, si esprimono vale e sarebbe contrario alla dignità della giustizia di ricevere i termini corretti e spesso grossolani quando non vi è nessuna necessità di farlo. Io credo che Lei non si renda conto esattamente, caro signore, delle condizioni in cui si fa un’istruzione giudiziaria. Non bisogna perdere di vista lo scopo che si propone il magistrato nel raccogliere e raggruppare le testimonianze. Egli non solo deve chiarire le cose a se stesso ma deve anche illuminare il tribunale. Non basta che la luce si faccia nel suo spirito; occorre che gliela faccia dello spirito dei giudici. È importante quindi che egli metta in evidenza gli indizi che talvolta sono dissimulati nella narrazione equivoca o  sovrabbondante di un testimonio come nelle risposte ambigue del sospettato. Se esse venissero registrate senza ordine o metodo, le testimonianze più probanti sembrerebbero deboli e la maggior parte dei colpevoli sfuggirebbero al castigo”.
“Ma questo procedimento che consiste nel precisare il pensiero ondivago dei testimoni, non è forse pericoloso?”
“Lo sarebbe se i magistrati non fossero coscienziosi. Ma io non ho mai conosciuto un solo magistrato che non avesse un’altra coscienza dei suoi doveri. Eppure io mi sono seduto assieme a protestanti, a deisti, a  ebrei; ma erano magistrati.”
“Però signor Thomas, il Suo modo di procedere ha questo inconveniente che quando al testimonio viene letta la sua deposizione egli non è più in grado di capirla perché Lei ha introdotto dei termini che non gli appartengono e il cui senso gli sfugge. Che cosa mai può voler dire a questo bracciante la Sua espressione “atteggiamento sospetto”?”
Egli mi rispose vivacemente:
“Ho pensato a ciò ed ho preso delle precauzioni minuziose contro questo pericolo. Le faccio un esempio: poco tempo fa un testimonio da intelligenza molto limitata e la cui moralità mi è sconosciuta, mi sembrò disattento quando il cancelliere gli dava lettura della sua  deposizione. Io allora feci di leggere di nuovo il verbale dopo averlo invitato a prestare molta attenzione. Mi parve di capire che non ne avesse fatto nulla. Allora io usai uno stratagemma per portarlo a prendere assoluta conoscenza dei suoi doveri e della sua responsabilità: io dettai al cancelliere un’ultima frase che contraddiceva tutte le precedenti, e invitai il testimonio a firmare. Al momento in cui egli stava per appoggiare la penna sulla carta gli afferrai il braccio dicendo “disgraziato tu stai firmando una  dichiarazione contraria a quella che haie appena fatto e così commetti un’azione criminale”
“E lui cosa ha risposto?”
“Egli mi rispose in modo pietoso, signor giudice lei è istruito più di me, lei sa meglio di me ciò che si deve scrivere”. “Lei vede, aggiunse il signor Thomas, che un giudice preoccupato di ben adempiere alle sue funzioni sta attento ad evitare ogni causa di errore. Mi creda, caro signore, l’errore giudiziario è un mito!”

 


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