Enciclopedia delle armi - a cura di Edoardo Mori
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Beccaria e le armi

Mi sorprende sempre  l’importanza data a Beccaria che  era un modesto letterato del 700, famoso solo per il suo libretto; non era né un politico, né un criminologo, né un sociologo, ma solo un letterato salottiero dalla penna facile che poi non ha più scritto nulla di valido. Un po’ come Robespierre il quale fece un bellissimo discorso contro la pena di morte!
Di Cesare Beccaria, fiero avversario della pena di morte e della tortura, si racconta che, es­sendo stato da un domestico derubato di un oro­logio, proprio mentre stava correggendo le bozze di una nuova edizione del suo celebre opuscolo, si adoperò quanto potè perché fosse impiccato, o almeno sottoposto a tortura
 Questo aneddoto è raccontato dal Byron  (Opere tradotte, edizione Utet, vol. V, pag. 710); e, con parole diverse, anche dal Foscolo (Lettera in data 7 maggio 1887 alla Albrizzi, nella Elo­quenza, vol. VIII, pag. 719).
Al Foscolo un servo infedele aveva rubato, forzando un cassetto, 1404 lire milanesi e un orologio: coi denari (che erano l'importo di assegni militari arretrati) il Foscolo intendeva di fare una gita a Venezia. Il Foscolo fa seguire alla narrazione del fatto le seguenti os­servazioni:
“Io non l'ho accusato per non rinnovare l'esempio del Beccaria, il quale dopo aver pubblicato il libro dei delitti e delle pene, fece imprigionare per furto domestico un suo palafreniere: il reo era negativo e il declamatore contro la tortura gridò al tribu­nale:  a che non  gli date la  corda? Aneddoto raccontatomi dalla sorella, dal fratello e dalla figlia del Beccaria” .

Riporto un articolo, molto utile per comprendere il rapporto di Beccaria con i suoi tempi, Bodin, Beccaria & Bastiat di  David B. Kopel  (David Kopel è Direttore delle Ricerche presso l’Independence Institute di Golden, Colorado)  ed ha ampiamente tratto il problema del diritto dei cittadini alle armi. Molti suoi scritti sono tradotti in italiano Si veda la sua pagina
http://www.davekopel.com/Kopel-in-Italiano.htm  ;
 Il diritto a detenere e portare armi è un diritto di tutti gli uomini, che trascende le culture e la nazionalità. In questo articolo, esamineremo tre fondamentali filosofi politici francesi e italiani, per rintracciare i nessi che hanno trovato tra la libertà e il possesso di armi.
Durante il Medio Evo e il Rinascimento, la Gran Bretagna si è evoluta nella direzione del governo limitato, con una monarchia sottoposta al dominio della legge. La Francia, invece, si è mossa in un’altra direzione, verso una monarchia assoluta col controllo totale sull’intera società. Forse nessun filosofo politico francese è stato tanto importante per la nascita dell’assolutismo quando Jean Bodin.
La principale opera di Bodin sono i “Six Livres de la Républicque”, pubblicati nel 1576. La Francia nel sedicesimo secolo aveva subito terribili guerre di religione tra Cattolici e Protestanti (gli Ugonotti). La soluzione al conflitto proposta da Bodin era di rendere l’obbedienza del suddito al re un punto centrale della sua vita. I doveri verso Dio venivano subordinati ai doveri verso il re.
Al tempo stesso, il re non aveva alcun dovere di obbedire alle leggi che lui stesso faceva (o, per dirla col latino di Bodin, “majestas est summa in cives ac subditos legibusque soluta potestas”).
La teoria di Bodin che i regnanti non devono obbedire alle leggi è abbastanza coerente con l’atteggiamento di molti politici contrari alle armi. Come il deputato della Louisiana che ha votato il “Brady Bill” e poi si è infuriato quando il commesso di un negozio di armi gli ha detto che avrebbe dovuto aspettare una settimana prima di comprare una pistola. O il membro dell’Assemblea della California che vota contro i possessori di armi il 100% delle volte, ma che ha il suo permesso per il porto occultato. O come Bill Clinton, le cui guardie del corpo dei Servizi Segreti portano le stesse identiche armi che Clinton afferma essere possedute solo da psicopatici che vogliono uccidere un mucchio di persone innocenti.
Anzi, il Presidente Bill Clinton, come il Presidente Richard Nixon, ha utilizzato il Dipartimento di Giustizia per convincere le corti federali che il Presidente è al di sopra delle legge, e quindi immune dagli ordini di una corte. Sottolineando che la Costituzione “non crea una monarchia”, l’Ottavo Distretto della Corte d’Appello ha rigettato l’affermazione di Clinton sulla falsa riga di Bodin in relazione al caso di Paula Jones, e la Corte Suprema ha confermato.
Bodin detestava l’idea che le persone normali avessero armi. In primo luogo, come Sarah Brady, pensava che le armi fossero causa del crimine: “la causa di un infinito numero di omicidi, colui che detiene una spada, un pugnale o una pistola”.
Ma il problema più pressante era che un popolo libero non poteva essere soggiogato se era armato: “non potremo mai pensare di mantenere in sudditanza un popolo che è sempre vissuto libero, se non è disarmato”.
Privare il popolo del diritto di essere armato, quindi, era la strada per privarlo della libertà di parola: il “più semplice modo di prevenire le rivolte è sequestrare le armi dei sudditi” per impedire ai “sudditi” di esercitare “la smodata libertà di parola concessa agli oratori”.
Al contrario, se il popolo vedesse riconosciuto il diritto di essere armato e il diritto alla libertà di parola, esso toglierebbe il potere politico dalle mani piccola elite che domina la nazione. Storicamente, una popolazione armata con la libertà di parola “trasferisce la sovranità dai nobili al popolo, e trasforma l’aristocrazia in un regime democratico o popolare”. (Tutte le citazioni sono dai “Six Livres de la Républicque” di Jean Bodin).
C’era un’altra caratteristica di Bodin nella quale possiamo rintracciare le linee guida del moderno movimento per la proibizione delle armi. Nel 1563, un dottore tedesco chiamato Johan Weyer scrisse un libro dal titolo “De Praestigiis Daemonum”. Attaccando l’ondata di isteria da streghe che si era diffusa in molte parti d’Europa, il dott. Weyer suggerì che la maggior parte delle “streghe” fossero soltanto anziane donne mentalmente instabili; queste donne non dovevano essere bruciate al palo o torturate in altro modo, poiché non erano in grado nuocere a nessuno. Bodin denunciò il libro di Weyer.
Beh, chiunque pensi che gli incubi della caccia alle streghe e della ricerca di nemici immaginari siano scomparsi, dovrebbe dare un’occhiata agli Stati Uniti dopo gli omicidi alla Columbine High School, per i quali i possessori di armi in generale e i membri della “National Rifle Association” in particolare sono stati denunciati in termini che Cotton Mather (e Joseph Goebbels) avrebbe senz’altro condiviso.
L’Italia, paese d’origine del Rinascimento, ha continuato per secoli a guidare l’Europa nell’evoluzione del pensiero umano. Uno dei grandi pensatori italiani nel periodo post-rinascimentale è il milanese Cesare Beccaria.
All’età di 26 anni, Beccaria si trovò a essere una celebrità internazionale con la pubblicazione del suo capolavoro “Dei delitti e delle pene”. Pubblicato per la prima volta nel 1764, “Dei delitti e delle pene” venne presto tradotto in francese, tedesco, polacco, spagnolo, olandese e inglese. La prima delle tre edizioni americane risale al 1777. Alla fine, il libro apparve in ventidue lingue.
I Padri Fondatori Americani avevano familiarità coi lavori di Beccaria (che ammiravano) e di Bodin (col quale non concordavano sul fatto che il popolo poteva essere sottomesso solo se era disarmato).
A quanto pare John Adams venne in possesso di una edizione europea di “Dei delitti e delle pene” prima che il libro fosse pubblicato negli Stati Uniti. Adams citava Beccaria nella sua dichiarazione di apertura al processo per il Massacro di Boston nel 1770, durante il quale Adams era difensore dei soldati britannici. “Io sono dalla parte degli imputati alla sbarra – affermò Adams spiegando perché avrebbe difeso clienti così impopolari – e chiederò scusa di questo solo con le parole di Marquis Beccaria: ‘se posso essere lo strumento per salvare una vita, le sue benedizioni e le sue lacrime di trasporto, questa sarà per me una consolazione sufficiente di fronte al disprezzo dell’intero genere umano’”.
Col libro di Beccaria nacque la moderna scienza criminologica. Beccaria elaborò la prima teoria sistematica sul comportamento criminale e sulla politica pubblica contro il crimine. Denunciò la tortura, i processi segreti, i giudici corrotti e le pene degradanti.
Ribattezzato “Newtoncino” dai suoi ammiratori, Beccaria disse di voler applicare principi geometrici alle leggi penali. Argomentava che un sistema penale dovrebbe comminare condanne severe solo quanto basta a conservare la sicurezza; ogni pena oltre questo livello era una forma di tirannia. Come affermò Beccaria, la legge penale dovrebbe fornire “quei vincoli che sono necessari a tenere uniti gli interessi degli individui, senza i quali gli uomini tornerebbero al loro originale stato di barbarie”. E quindi, “le pene che eccedono la necessità di preservare questo vincolo sono per loro natura ingiuste”.
All’opposto della visione di Beccaria, si è espresso il Senatore Orrin Hatch nella sua proposta sul crimine minorile, attualmente al vaglio del Congresso. Tale proposta prevede l’obbligo di sentenze di cinque, dieci e venti anni di prigione per violazioni delle leggi sul possesso di armi e altri crimini non aggressivi.
La lista delle persone influenzate da Beccaria include il filosofo inglese Jeremy Bentham, il giurista inglese William Blackstone e molti filosofi francesi, tra cui Voltaire, Diderot e Buffon. Gustavo III di Svezia, l’illuminata Imperatrice Maria Teresa dell’Impero Austro-ungarico, e l’Imperatrice Caterina la Grande di Russia riformarono i propri sistemi di giustizia criminale seguendo i suggerimenti di Beccaria.
L’influenza di Beccaria può essere scorta nell’Ottavo Emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti, che vieta le pene “crudeli e inusuali”.
Le idee di Beccaria sono visibili ancora oggi nel movimento per l’abolizione della pena di morte, una punizione a cui Beccaria fu il primo importante pensatore a opporsi.
Negli Stati Uniti, il più importante movimento a mettere in pratica le idee di Beccaria è il movimento per il libero porto d’armi a scopo difensivo.
Thomas Jefferson ammirò “Dei delitti e delle pene” a tal punto da copiare con attenzione molti lunghi passaggi nel suo “Commonplace Book”, che conteneva i suoi detti favoriti. Jefferson utilizzò Beccaria “come il suo principale modello di riferimento moderno nella revisione delle leggi della Virginia”. Di seguito si riporta ciò che Jefferson copiò da Beccaria sulle armi da fuoco, una breve ed efficace spiegazione di come le leggi per il controllo delle armi danneggino gli innocenti e aiutino i criminali: “falsa idea di utilità è quella che sacrifica mille vantaggi reali per un inconveniente o immaginario o di poca conseguenza, che toglierebbe agli uomini il fuoco perché incendia e l’acqua perché annega, che non ripara ai mali che col distruggere. Le leggi che proibiscono di portare armi sono leggi di tal natura; esse non disarmano che i non inclinati né determinati ai delitti, mentre coloro che hanno il coraggio di poter violare le leggi più sacre della umanità e le più importanti del codice, come rispetteranno le minori e le puramente arbitrarie, e delle quali tanto facili ed impuni debbon essere le contravvenzioni, e l’esecuzione esatta delle quali toglie la libertà personale, carissima all’uomo, carissima all’illuminato legislatore, e sottopone gl’innocenti a tutte le vessazioni dovute ai rei? Queste peggiorano la condizione degli assaliti, migliorando quella degli assalitori, non iscemano gli omicidii, ma gli accrescono, perché è maggiore la confidenza nell’assalire i disarmati che gli armati. Queste si chiamano leggi non prevenitrici ma paurose dei delitti, che nascono dalla tumultuosa impressione di alcuni fatti particolari, non dalla ragionata meditazione degl’inconvenienti ed avantaggi di un decreto universale”.
In altre parole, le leggi contro il porto d’armi rendono le cose facili per i criminali (che non le osservano comunque) e ardue per le vittime.
Il terzo filosofo con la “B” che oggi esamineremo è un altro francese, Frédéric Bastiat. Mentre i libri di Bodin e Beccaria sono oggi letti solo dagli storici del pensiero, i libri di Bastiat hanno un’ampia circolazione. Il suo grande classico è “La legge”, che può essere trovato nei cataloghi di libri libertari o su internet.
Bastiat aveva senso dell’umorismo. Una volta fece circolare una petizione dei costruttori di candele che chiedeva al governo di abolire il sole, poiché il corpo celeste faceva concorrenza sleale ai produttori di candele.
Ma “La legge” è un libro serio e profondo. Sebbene le argomentazioni procedano spedite – il libro è di sole 120 pagine – la passione di Bastiat non concede molto svago lungo la strada. “La legge” non parla direttamente della politica sulle armi, ma il diritto all’autodifesa è il principio centrale del libro, e quindi della teoria politica di Bastiat.
“Cos’è, dunque, la legge? – chiede Bastiat – E’ l’organizzazione collettiva del diritto individuale alla legittima difesa”.
Facendo eco a John Locke e Thomas Jefferson, Bastiat prosegue: “ognuno di noi ha il diritto naturale – che gli arriva da Dio – di difendere la sua persona, la sua libertà e la sua proprietà. Queste sono tre condizioni basilari per la vita, e la conservazione di una di esse è interamente dipendente dalla conservazione delle altre due”.
Come John Locke e Thomas Hobbes, Bastiat fonda l’organizzazione della società sul diritto all’autodifesa: “Se ogni persona ha il diritto di difendere – anche con la forza – se stessa, la sua libertà e la sua proprietà, segue che un gruppo di persone ha diritto di organizzare e mantenere una forza comune per proteggere costantemente questi diritti. Quindi il principio del diritto collettivo – la sua ragione di essere, la sua legittimità – è basato su un diritto individuale. E la forza comune che protegge questo diritto collettivo non può chiaramente avere altro proposito o altra missione se non quello per cui agisce come sostituto”.
Per Bastiat, l’autodifesa collettiva è l’unico proposito legittimo dello stato. Proprio come gli individui non hanno il diritto di farsi del male l’un l’altro, lo stato non ha diritto di far del male al popolo, tranne che per ragioni difensive: “quindi, poiché un individuo non può legittimamente utilizzare la forza contro la persona, la libertà o la proprietà di un altro individuo, allora la forza comune – per la stessa ragione – non può legittimamente essere impiegata per distruggere la persona, la libertà o la proprietà di individui o gruppi”.
“Una tale perversione della forza sarebbe, in entrambi i casi, contraria alla nostra premessa. La forza ci è stata data per difendere i nostri diritti individuali. Chi si azzarderà a dire che la forza ci è stata data per distruggere gli uguali diritti dei nostri fratelli? Poiché nessun individuo, agendo separatamente, può legittimamente impiegare la forza per distruggere i diritti degli altri, non segue logicamente che lo stesso principio si applica anche alla forza comune, che non è nulla di diverso da una combinazione organizzata delle forze individuali?”.
Sfortunatamente, piuttosto che essere impiegata per la difesa, la legge è spesso utilizzata per prendere la proprietà di una persona e consegnarla a un’altra, in ciò che Bastiat chiama “la totale perversione della legge”.
Quando è impiegata per negare la proprietà e la libertà piuttosto che per difenderle, “la legge viene usata per distruggere il suo stesso scopo: viene applicata per annullare la giustizia che si supponeva dovesse mantenere; per limitare e distruggere quei diritti che il suo vero proposito era far rispettare. La legge ha messo la forza collettiva a disposizione di persone prive di scrupoli che vorrebbero, senza correre alcun rischio, sfruttare la persona, la libertà e la proprietà degli altri. Ha trasformato il saccheggio in un diritto e la difesa in un crimine, allo scopo di punire la legittima difesa”.
Naturalmente, la legge moderna spesso “punisce la legittima difesa”: è il caso di giurisdizioni come New York City, il Canada, l’Australia e l’Inghilterra, dove le persone che usano le pistole per colpire aggressori violenti sono perseguite con forza.
Una delle ragioni per cui Bastiat resta popolare tra i lettori politici moderni è che le sue parole hanno tale diretta rilevanza nella vita contemporanea. Quando a Waco i Davidiani vennero illegalmente e senza alcuna giustificazione aggrediti da un gruppo di violenti aggressori del Bureau of Alcohol, Tobacco and Firearms, essi vennero processati e giudicati colpevoli di essersi difesi. Come notava Bastiat: “talvolta la legge mette l’intero apparato di giudici, polizia, prigioni e gendarmi al servizio dei saccheggiatori, e tratta la vittima – quando si difende – come un criminale. In breve, c’è un saccheggio legale”.
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Questo ciò che ha scritto Beccaria sulle armi:
Cap.40
FALSE IDEE DI UTILITÀ
Una sorgente di errori e d'ingiustizie sono le false idee d'utilità che si formano i legislatori. Falsa idea d'utilità è quella che antepone gl'inconvenienti particolari all'inconveniente generale, quella che comanda ai sentimenti in vece di eccitargli, che dice alla logica: servi. Falsa idea di utilità è quella che sacrifica mille vantaggi reali per un inconveniente o immaginario o di poca conseguenza, che toglierebbe agli uomini il fuoco perché incendia e l'acqua perché annega, che non ripara ai mali che col distruggere. Le leggi che proibiscono di portar le armi sono leggi di tal natura; esse non disarmano che i non inclinati né determinati ai delitti, mentre coloro che hanno il coraggio di poter violare le leggi più sacre della umanità e le più importanti del codice, come rispetteranno le minori e le puramente arbitrarie, e delle quali tanto facili ed impuni debbon essere le contravenzioni, e l'esecuzione esatta delle quali toglie la libertà personale, carissima all'uomo, carissima all'illuminato legislatore, e sottopone gl'innocenti a tutte le vessazioni dovute ai rei? Queste peggiorano la condizione degli assaliti, migliorando quella degli assalitori, non iscemano gli omicidii, ma gli accrescono, perché è maggiore la confidenza nell'assalire i disarmati che gli armati. Queste si chiaman leggi non prevenitrici ma paurose dei delitti, che nascono dalla tumultuosa impressione di alcuni fatti particolari, non dalla ragionata meditazione degl'inconvenienti ed avantaggi di un decreto universale. Falsa idea d'utilità è quella che vorrebbe dare a una moltitudine di esseri sensibili la simmetria e l'ordine che soffre la materia bruta e inanimata, che trascura i motivi presenti, che soli con costanza e con forza agiscono sulla moltitudine, per dar forza ai lontani, de' quali brevissima e debole è l'impressione, se una forza d'immaginazione, non ordinaria nella umanità, non supplisce coll'ingrandimento alla lontananza dell'oggetto. Finalmente è falsa idea d'utilità quella che, sacrificando la cosa al nome, divide il ben pubblico dal bene di tutt'i particolari. Vi è una differenza dallo stato di società allo stato di natura, che l'uomo selvaggio non fa danno altrui che quanto basta per far bene a sé stesso, ma l'uomo sociabile è qualche volta mosso dalle male leggi a offender altri senza far bene a sé. Il dispotico getta il timore e l'abbattimento nell'animo de' suoi schiavi, ma ripercosso ritorna con maggior forza a tormentare il di lui animo. Quanto il timore è più solitario e domestico tanto è meno pericoloso a chi ne fa lo stromento della sua felicità; ma quanto è più pubblico ed agita una moltitudine più grande di uomini tanto è più facile che vi sia o l'imprudente, o il disperato, o l'audace accorto che faccia servire gli uomini al suo fine, destando in essi sentimenti più grati e tanto più seducenti quanto il rischio dell'intrapresa cade sopra un maggior numero, ed il valore che gl'infelici danno alla propria esistenza si sminuisce a proporzione della miseria che soffrono. Questa è la cagione per cui le offese ne fanno nascere delle nuove, che l'odio è un sentimento tanto più durevole dell'amore, quanto il primo prende la sua forza dalla continuazione degli atti, che indebolisce il secondo. 


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